MADRE DI PIETRA - di Anna Zollino
(Storia del miracolo della Madonna delle Grazie di Soleto)
E' l'anno del Signore 1568.
Il Concilio di Trento è terminato da poco.
Il passaggio dal rito greco a quello romano, non è privo di sofferenza per quell'angolo di Terra d'Otranto molto vicino alla Grecia, anche per usi e costumi.
Annate di siccità e di carestia si abbattono su tutto il Salento, non rispiarmando certo Soleto, una ridente cittadina, chiusa nelle mura, con le viuzze e i solenni portali, la maestosa guglia, fiore di pietra incontrastato in un paesaggio desolato e silenzioso.
Oltre a quelle mura bucate solo da quattro porte, nella campagna arida e assolata unica risorsa per i suoi abitanti Giacomo Lissandri, primo di quattro fratelli e cinque sorelle, raccoglie le spighe sfuggite alla mietitura, sistema "lu restucciu" (stoppie del grano) in fascetti, e poi brucia le "scrasce" (spine dei rovi) tutto intorno al muretto di confine per difendere gli ulivi in caso di incendio.
E' stanco e accaldato. Asciuga il sudore della fronte con il braccio e poi lo striscia sui calzoni. Ha addosso un acre odore di bruciato e, immerso i quel fumo, sembra un dannato del purgatorio, a cui è concesso solo di bere, tracannando avidamente, di tanto in tanto, il fiasco di vino posto all'ombra di un albero.
Alza lo sguardo verso il sole, e poi lo rivolge verso la stradina sassosa, riconoscendo appena, nell'aria infuocata, la sagoma di fra' Tommaso, che si avvicina con la sacca, della cerca sulle spalle, di ritorno dalla cappella della Madonna delle Grazie. Si siede a terra, per non farsi vedere dal frate, con la schiena appoggiata al grande tronco di fico, e mentre aspetta che bruci tutto, mille pensieri divampano nella sua mente, come fiamme dell'inferno:
"Anche oggi è un giorno uguale a tanti altri, anche oggi la vita non mi riserva che sofferenza, lavoro e un pezzo di pane duro ammorbidito col sudore della mia fronte anche oggi condannato a combattere con questa terra dissacrata, arida e matrigna che lascia l'impronta di calli anche nell' anima; anche oggi raccolgo la tristezza e aspetto in silenzio, il silenzio della notte, e il nuovo giorno che verrà con un'altra notte di silenzio amaro d'angoscia. Meno male che c'è questo buon vino che consola" pensa tracannando tutto di un sorso il fiasco che gli sgocciola addosso.
- Salve Giacomo sempre a bere eh - dice fra' Tommaso mentre posa sospirando la sacca, e siede su un "cozzo"(pietra) là accanto. Giacomo gli offre la bottiglia. Il frate non si lascia pregare molto, beve e così commenta: -Dar da bere agli assetati. Grazie. Grazie di cuore-.
Giac. - Fra' Tommaso stavo pensando che questo vino è proprio il paradiso e la nostra vita l'inferno, mandato da Dio sulla terra
Fra' T. - Oh! no, questo vino è sicuramente buono, ma non è il paradiso nè la nostra vita è l'inferno. Non è corretto dire "Dio manda l'inferno"; è l'uomo perverso che nonostante gli infiniti appelli al perdono calpesta la misericordia divina, morendo in peccato mortale, rimanendo ostinato nell'odio contro Dio. L'inferno è il non amare. La mancanza dell'amore -.
- E il paradiso cos'è - dice Giacomo ora preso e incuriosito da quel discorso.
Fra' T. - Il paradiso è la patria dei buoni, dove si gode Dio, assoluto e infinito, gioia senza fine felicità senza ombre -
Giac. - Già, ma chi l'ha mai visto questo Dio?! -
Fra' T. - Vedi il sole, il cielo e la terra? non sono segnali della sua potenza! E' il signore che ci dispensa questi doni, e la vita, la nostra stessa vita, non è forse un dono? Eppure tutte le bellezze e tutte le perfezioni, non sono che un lumicino di fronte alla luce eterna del paradiso.
E poi... ricorda le Scritture: Gesù non disse forse a Tommaso ''Beati quelli che senza vedere crederanno". Credi dunque, figliolo e un giorno godrai nel regno di Dio.
Giac. - Ma io voglio star bene ora.. Per Dio! Lavorare e soffrire, soffrire e lavorare.., il paradiso lo voglio qua non dopo morto -.
Fra' T'. - Osserva i comandamenti Figliolo e non bestemmiare: "Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli, beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Nelle beatitudini figliolo, c'è la risposta.
Con la fede, anche se disprezzati dal mondo, non abbiamo nulla da rimpiangere perché siamo ora portatori di gioia, e possediamo già, quasi per ipoteca, il Paradiso. La cosa più importante è essere contenti di quello che si ha ed avere un ideale -.
Giac. - E cos'è un ideale? -
Fra' T. - È avere uno scopo per cui valga la pena di vivere. E' una bandiera che sventola alto, sui nostri desideri. E poi perché disprezzare il lavoro? Non era Gesù un semplice operaio? Non si deve lavorare sbuffando o imprecando. Il lavoro non è, nè fu mai pena di peccato. Conferisce dignità e ci fa assomigliare a Gesù, modello di coloro che faticano -.
Giac. - Sì, certo, si deve lottare per vivere, ma come fa un povero contadino a non bestemmiare quando dopo una stagione di lavoro non riesce a "Portare a luce" il proprio raccolto, perché sferzato dalla grandine?
C'è giustizia in questo mondo?! I ricchi che ci comandano non esigono ugualmente la parte del raccolto che spetta loro, anche quando non basta per noi ?! Non sono sempre i poveri a ricevere maggiormente il castigo divino?-
Fra' T. - A volte è vero, ci sentiamo castigati, ma la vera giustizia verrà, tutti i nodi andranno al pettine. Dal vangelo lo sappiamo con certezza, saremo giudicati infallibilmente; piena giustizia di tutto e per tutti ci sarà dopo la morte -
Giac. - Già, dopo la morte. Ma nulla avverrà dopo la morte... -
Fra' T. - Il morire non è un sipario nero che annulla ogni speranza, non è la falce che ghigliottina la vita, ma piuttosto una finestra aperta sull'aldilà verso l'eterno che non finisce. Il Signore non disse forse a Giairo "La fanciulla non è morta ma dorme e si sveglierà verso la fine del mondo, quando appariranno cieli nuovi e terre nuove? La morte è premessa per la resurrezione dell'anima".
Giac. - L'anima! Esiste davvero quest'anima?! O tutto cessa nel gelido silenzio della morte?! -