La Musica
Unico esempio attuale di canti griki a strascico, o come vengono chiamati localmente "a stisa" o a 'paravoce' , sono quelli eseguiti dai cantori anziani di Corigliano e rimangono a testimonianza cli un uso polifonico della voce ormai scomparso. Questi canti che non prevedono l'accompagnamento musicale, erano infatti eseguiti quasi sempre dai contadini che tornavano all'imbrunire dai campi a piedi o col traino, ed anche durante i lavori "collettivi' in campagna, quali la raccolta e lavorazione del tabacco o prima ancora, del lino (quest'ultima si innesta perfettamente nella tradizione delle colture altamente specializzate; d'altronde, bisogna osservare che, nel testo delle "Strine' in griko, il tabacco non viene affatto nominato. Il riferimento quindi, alla coltura del lino fa risalire questi canti a periodi precedenti al XVIII sec. Così recita una strofa delle "Strine" presente in versioni poco eseguite: "Tuo ene to topo po n'a cai linàri / n'arti calò cunda to carni carni / na carni chija tèmata ce tria / isi Limini na pai a tò lacquàri": trad.: questo è il posto per fare il lino / che venga bene in qualsiasi modo tu lo faccia / che tu possa fare mille palmi e tre / agli Alimini tu possa andare per farlo macerare).
Il canto polifonico a "paravoce" segue più o meno questo schema: inizia il canto la prima voce a cui risponde la seconda voce ripetendo solo l'ultima parola del verso; nel verso successivo invece inizia ancora la prima voce alla quale però si uniscono a metà verso tutte le altre voci (seconda voce, coro e bassi) e all'ultima parola del verso si unisce la voce più alta chiamata "finta"; queste due tecniche vengono usate alternativamente di verso in verso.
Il già citato canto a "paravoce" "Aspro è tto chartì" è forse l'unico esempio pervenutoci in cui non esiste un "modo" predeterminato di esecuzione (modalità maggiore o minore). Era questa la maniera di cantare in epoche precedenti al XVIII sec. (come ad esempio i canti gregoriani), periodo in cui vennero stabilmente codificate le già citate modalità. Anche i quarti di tono, presenti in questo canto, che al nostro orecchio abituato alla scala tonale eptafonica, potrebbero risultare poco gradevoli, altro non sono che sonorità direttamente collegate alla grande tradizione della musica orientale.
Anche il sentimento popolare religioso si esprime con voce grika. Nella domenica delle Palme, nei paesi della Grecia Salentina, iniziava la "Passione": il canto religioso griko più complesso che il Salento conosca. Si narra della vita e della morte di Cristo in termini popolari, conditi di una religiosità fatalista e legata soprattutto alle cose terrene. Non si può dire tuttavia, che "Ti Passiuna" non sia raccontata con grande rigore teologico ed attenzione all'ortodossia cattolica tanto da far pensare all'intervento di una mano colta nel comporre il testo del canto.
Durante la Settimana Santa, tre cantori si recavano nei paesi di lingua grika e, nei pressi dei crocevia cantavano e recitavano la "Passione". In genere uno dei tre suonava l'organetto o la fisarmonica e gli altri due si alternavano cantando una strofa ciascuno; lo spettacolo durava circa mezz'ora, essendo la "Passione" composta di circa sessanta strofe (in quartine novenarie, a rima baciata, ora alternata). I cantori avevano con sé un ramo d'ulivo ricoperto di nastrini colorati, di immaginette sacre e di arance (antico simbolo di fecondità) ed alla fine del canto chiedevano una ricompensa in denaro o in natura: ponevano infatti al centro della via un grosso paniere e la gente lo riempiva di quello che poteva dare (tradizionalmente uova).
La "Passione" è forse la prima forma di teatro popolare che si conosca nella Grecia. Oltre ad essere infatti un'espressione narrativa, può considerarsi la forma più autentica di espressione teatrale; molti sono i richiami alle Sacre Rappresentazioni Medievali. I cantori non si limitano a cantare ciascuno le proprie strofe, ma mimano il racconto della "Passione" di Cristo con gesti delle mani e delle braccia e con un'accentuata mimica del volto, per sottolineare la drammaticità delle azioni descritte. Ancora oggi la "Passione" dei cantori anziani di Corigliano inizia in questo modo:
La primavera lascia presto il posto alla caldissima estate; è il tempo della mietitura, della raccolta del tabacco, dei lavori sull'aia che spesso la sera si trasforma in luogo di festa: al suono di organetto e tamburello giovani e anziani convenuti anche dalle masserie circostanti si incontrano per suonare, cantare e ballare la "pizzica". Qui il discorso e il "tempo" si dilatano in uno spazio che va dagli studi di De Martino sulle "tarantate" alle attuali feste di piazza dove la "pizzica" fa da protagonista. Il tema del tarantismo, ampio e complesso, pervade del resto tutta la musicalità salentina e non solo quella grika. Senza approfondire il discorso, è comunque opportuna una minima riflessione poiché il rapporto tra griko e 'pizzica" è quanto mai stimolante e potrebbe costituire la chiave di volta che consente di risalire alle origini di questi riti orgiastico-religiosi ('pizzica', "pizzica tarantata", 'tarantella" ecc.). La culla del tarantismo è Galatina: greco è il nome della città e il griko fu la lingua che per molti secoli si parlò essendo, Galatina, tra i ventisette paesi della primigenia Grecia Salentina. Quasi sicuramente griko si parlava nei tempi in cui si possono far risalire le radici della tradizione del tarantismo: fino al XI sec. la lingua ufficiale, scritta e parlata, era il Greco di Bisanzio. E forse qui in questo grande crocevia culturale tra oriente e occidente che bisogna cercare: probabilmente tra quelle pratiche religioso-mistiche e tantriche che tante tradizioni e diverse religioni, nel corso dei secoli, hanno influenzato. Non si può concludere questo percorso sui canti e la musica della popolazione grika senza un accenno ai "moroloja" ed ai 'lamenti'.
'Moroloja" significa canto dei morti. Secoli di tradizione e di cultura che oggi è possibile ascoltare ancora su richiesta dalla voce di qualche ultima anziana prefica, donna pagata per piangere e lodare il morto durante il funerale. Quello delle prefiche è un canto lamentoso che scade frequentemente nel tono parlato, che rifugge quasi per pudore dalle piacevolezze del canto ed evita di proposito l'armonia dello schema musicale.
Si tratta di un tipo di espressione che si è tramandata di generazione in generazione con degli schemi, melismi e formule pressoché intatte. Canto funebre quindi, come liberazione della pienezza dei sentimenti e, tra questi, anche il dolore che viene vissuto a fondo e quindi bene; si piange bene con 1aiuto della prefica che canta le gesta del defunto. La sua presenza riveste, inoltre, un significato di prestigio sociale.
La funzione della lamentazione è insieme di interpretazione e di stimolo del dolore col fine di renderlo collettivo affinché non resti individuale e quindi contenuto ed, in un certo senso, attenuato. Il compito della prefica è di obiettivare e socializzare la sofferenza causata dalla morte di una persona cara e di farla vivere sino in fondo. Il modo migliore per ottenere questo risultato è non nascondere nulla della smisurata dimensione della morte. Il pianto della prefica è un pianto di disperazione in cui la luce consolatrice della speranza è assente. La maggiore felicità è vivere, la maggiore sventura è morire.
Il canto funebre è un canto-recita, quasi sempre dialogato, spesso accompagnato da fugaci azioni sceniche. Per quanto riguarda lo schema metrico, il ritmo di base, anche se non sempre rispettato, è il novenario composto da quartine legate da rima o, più spesso, da assonanza.
Ben diversa cosa sono invece i "lamenti. Questi, a differenza dei "moroloja", non sono improvvisati e non vengono cantati dalla prefica in presenza del morto, ma sono componimenti poetici in morte di qualche persona amata. Esempio di 'moroloja":
Oggi "moroloja" e prefiche sono un ricordo degli anziani mentre buona parte del repertorio musicale grecanico viene proposto da gruppi locali in occasione di eventi festivi nei paesi della Grecia Salentina. Di Corigliario sono i cantori più anziani (dai 60 ai 90 anni) uniti intorno al gruppo Argalio ("telaio"), ed anche a Calimera il "Canzoniere Grecanico Salentino" interpreta gli antichi canti con strumenti e voci molto vicini alla tradizione, così anche gli Aramiré, mentre il gruppo "Ghetonia' (vicinato") ha inserito nel repertorio griko nuovi timbri e sonorità con raffinata creatività. A Sternatia i fratelli Rocco e Gianni De Santis del gruppo 'Avleddha" ('piccolo cortile") compongono da anni testi e musiche in griko, arricchendo il patrimonio culturale, poetico e linguistico della Grecia contemporanea; ed anche di Sternatia è il gruppo di cantori più giovani, "Asteria" ('Stelle), poco più e poco meno che ventenni.
Queste realtà musicali fanno quasi sempre riferimento alle omonime associazioni culturali che da qualche decennio animano la vita culturale dei paesi della Grecia Salentina con pubblicazioni, convegni, mostre, feste ed altre attività finalizzate alla salvaguardia e riproposizione di lingua e cultura grika.
Tutto il materiale per la realizzazione di questa sezione è stato tratto da
by Regione Puglia - Assessorato Agricoltura Foreste Caccia e Pesca - Ufficio di Sviluppo Agricolo e dagli realizzati dal Consorzio dei Comuni della Grecìa Salentina.